Categoria: Costume e Società

  • La sindrome della Regina Cattiva: accettare il talento altrui per salvare la propria autostima

    La sindrome della Regina Cattiva: accettare il talento altrui per salvare la propria autostima

    “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”

    Questa è la celebre frase pronunciata dalla Regina Cattiva nella favola di Biancaneve e i sette nani. La storia ci parla di una donna che, ogni giorno, cerca conferma della propria bellezza in uno specchio magico parlante. Una donna apparentemente vanitosa, ma di una vanità caratterizzata da un bisogno infinito di autocompiacimento. Nella narrazione, infatti, la regina non fa altro che cercare continue rassicurazioni, il che mette in luce la sua profonda insicurezza.

    Quando un giorno lo specchio le rivela che Biancaneve è più bella di lei, l’evento le provoca un profondo trauma: la sua fragile sicurezza si spezza e, in preda a una crisi emotiva, ordina l’uccisione della ragazza. Solo così riesce a placarsi e a ritrovare la serenità.

    Poco tempo dopo, però, lo specchio le rivela la verità: Biancaneve è ancora viva e si nasconde nel bosco. Sebbene la ragazza si trovi in una condizione in cui non può nuocerle – è lontana, isolata e non rischia certo di oscurarla alle feste di palazzo – la regina entra nuovamente in crisi. Non può accettare la sua stessa esistenza e deve trovare un modo per cancellarla. Perché non importa se nessuno vede Biancaneve: il solo fatto che esista mette in discussione la sua sicurezza interiore.

    È qui che si pone l’interrogativo, sempre attuale: sappiamo accettare che ci sia qualcuno più bravo, o “più” qualcosa, di noi? 

    È questo il nodo cruciale. Basare la nostra stabilità sull’illusione di dover essere primatisti assoluti ci condanna a una perenne tensione. Ricorrere alla “mela avvelenata” dei giorni nostri — che si tratti di calunnie, ban, blocchi sui social, ostracismo o mobbing — non è una strategia risolutiva. È solo un palliativo destinato a fallire, perché ci sarà sempre qualcuno, da qualche parte, capace di eccellere.

    Solo un approccio umile alla vita può salvarci da questa crisi interiore.

    Guardare all’altro non come a una minaccia da eliminare, ma come a un’occasione per imparare e migliorare, trasforma l’invidia in stimolo. Collaborare, anziché distruggere, dà valore al nostro operato e gli conferisce la dignità di essere utile, a prescindere dalla “posizione in classifica”. In fondo, la vera magia non sta nello specchio, ma nella capacità di splendere di luce propria senza aver bisogno di spegnere quella degli altri.

  • Dietro il muro invisibile.

    Dietro il muro invisibile.


    Anatomia e fasi dell’emarginazione sistemica nelle micro-comunità

    Cosa accadrebbe se un giorno vi alzaste e vi scopriste improvvisamente invisibili, o peggio, distorti dagli occhi degli altri?

    Immaginate di accorgervi che, senza un motivo apparente, all’interno di un contesto sociale una persona ha smesso di salutarvi, un’altra è diventata fredda, una terza vi sfugge lo sguardo. Il tutto, nel silenzio assoluto di chi assiste senza chiedere o spiegare il perché.

    Provate a pensare alla fatica che si fa per tutelare la serenità e la socialità dei propri figli in contesti comunitari che dovrebbero fare dell’inclusione il loro valore fondante. Immaginate il peso di essere giudicati sulla base di un pregiudizio, scoprendo di non avere la stessa cassa di risonanza di chi quel pregiudizio lo alimenta.

    Ci si ritrova così, intrappolati dietro un muro invisibile: si tenta il dialogo, ma la propria voce non arriva dall’altra parte con la forza necessaria. E se si prova a fare un passo per abbattere quel muro, quel gesto disperato rischia di essere strumentalizzato e letto come una conferma del pregiudizio stesso: «Ecco, vedi? È una persona aggressiva».

    Ma come nasce questo meccanismo disfunzionale che si ripete lasciando dietro di sé una scia di sofferenza? Come si alimenta la macchina del pregiudizio all’interno delle micro-comunità?


    La mappa delle dinamiche disfunzionali

    L’obiettivo di questa riflessione è offrire una mappa psicologica e sociale a chi si trova immerso in una dinamica di gruppo asfissiante, in cui il conformismo sembra rendere incrollabile il giudizio collettivo; una morsa che può spingere la vittima a dubitare persino delle proprie percezioni.

    Per preservare il proprio equilibrio emotivo senza farsi spezzare serve una straordinaria lucidità d’analisi, resilienza e una profonda fermezza valoriale. Analizziamo, fase per fase, questo ingranaggio: un sistema che attinge a un pretesto originario per giustificare l’esclusione nel presente.

    Fase 1: La delegittimazione del dissenso e la nascita del pregiudizio

    Tutto ha inizio quando un membro della comunità, spesso mosso da un senso di giustizia o da un bisogno di trasparenza, solleva un problema reale. Può trattarsi di un’inefficienza strutturale, di una lacuna educativa o di una gestione opaca di dinamiche associative.

    A questo punto si consuma il primo corto circuito: si tratta quasi sempre di questioni che, con il dialogo e la collaborazione, si potrebbero risolvere in poco tempo. Eppure, se il gruppo dominante percepisce la critica come una minaccia allo status quo, sceglie di non affrontarla.

    Ammettere il problema richiederebbe autocritica e responsabilità. Di conseguenza, si attiva una strategia difensiva immediata: lo spostamento del focus sul messaggero. Distruggendo la credibilità di chi parla, si evita di affrontare il merito della questione. Da quel momento, la persona viene isolata e definita attraverso etichette standardizzate: «è ipercritica», «vede il male ovunque», «è una figura conflittuale».

    Fase 2: La propagazione del pregiudizio (Il “Copione Sociale”)

    L’etichetta, una volta creata, tende a precedere l’individuo anche quando questo cerca di cambiare ambiente per proteggere il proprio nucleo familiare. I contesti sociali limitrofi tendono a scambiarsi questo “copione” attraverso canali informali.

    Molti membri del nuovo ambiente, non conoscendo la storia reale e per economia cognitiva, accolgono acriticamente quel testo pre-scritto: offre loro una classificazione immediata del nuovo arrivato, senza lo sforzo di doverlo conoscere davvero.

    Inizia così una difesa estenuante: trovarsi continuamente a dover dimostrare chi si è, a decodificare insinuazioni velate e a subire giudizi paternalistici da parte di chi si sente forte solo perché avallato dalla maggioranza del gruppo.

    Fase 3: Il conformismo e la razionalizzazione dell’esclusione

    In questo spazio privo di verifiche oggettive si inseriscono le condotte opportuniste. Il pregiudizio esistente viene utilizzato come uno scudo per coprire lacune relazionali o istituzionali.

    Le formule ripetute (“lo sanno tutti”, “è risaputo”) agiscono come una suggestione collettiva, anestetizzando la coscienza critica del gruppo. La vittima dell’esclusione si ritrova così privata della possibilità di replica, davanti a un tribunale invisibile che non solleva dubbi.


    Il riflesso sui minori: Il costo emotivo dell’esclusione

    Le conseguenze di queste dinamiche adulte si ripercuotono inevitabilmente sui contesti infantili.

    L’emarginazione riflessa

    I bambini non nascono con il concetto di discriminazione; tendono ad apprenderlo per osmosi dagli atteggiamenti, dai silenzi e dagli sguardi degli adulti. Spesso i piccoli resistono a queste influenze, guidati da legami autentici coltivati nei contesti educativi protetti.

    Tuttavia, quando le logiche di esclusione degli adulti condizionano la socialità dei figli (limitando inviti, incontri o momenti di aggregazione), si compie un’azione pedagogicamente ed eticamente critica. Escludere un bambino per un disaccordo tra adulti o per un pregiudizio verso l’adulto significa privare un minore del diritto alla socialità spontanea, introducendo logiche di divisione in un’età che dovrebbe conoscere solo l’accoglienza.

    L’impatto sulle vulnerabilità e sui percorsi di accoglienza

    Cosa succederebbe se questo accadesse alla famiglia di un bambino che ha una disabilità o che è stato adottato? L’effetto sarebbe amplificato.

    Un bambino in queste situazioni fa un lavoro quotidiano e silenzioso per consolidare la certezza che il mondo sia un luogo sicuro e che il proprio posto nella società sia stabile e legittimo. Quando un minore avverte un’esclusione o percepisce il “muro” che circonda la propria famiglia, i messaggi impliciti di non-accettazione rischiano di minare quella sicurezza emotiva faticosamente costruita.


    La resilienza: Il valore della stabilità

    Di fronte all’ingiustizia e all’ostilità di un gruppo, la tentazione di allontanarsi, cambiare contesto o ritirarsi è forte ed è una reazione comprensibile. Esiste tuttavia una profonda dignità nella scelta di restare, laddove radicata nella tutela del minore.

    Restare non significa accettare passivamente. Significa comprendere che un bambino ha diritto alla continuità dei propri punti di riferimento e che non può essere sradicato a causa delle disfunzioni relazionali degli adulti. Evitare il cambiamento continuo insegna ai figli un principio fondamentale: che le condotte ostili altrui non hanno il potere di determinare i confini della nostra vita.

    La vera resilienza si esprime mantenendo fermi i propri valori e la propria dignità, operando su tre livelli:

    1. Saper mantenere la calma e la fermezza di fronte all’indifferenza del gruppo.
    2. Basare ogni difesa e interazione esclusivamente sulla trasparenza e sulla forza dei fatti oggettivi.
    3. Scindere nettamente il piano conflittuale degli adulti da quello relazionale dei figli, continuando a promuovere per loro contesti stabili e sani.

    Chi sceglie di non farsi condizionare da queste dinamiche dimostra che la coerenza e il tempo restituiscono prospettiva alla verità. Insegna così la lezione più grande: che la solidità dei valori familiari e l’autenticità dei legami sono bussole che nessuna dinamica di gruppo, per quanto complessa, potrà mai scardinare.

  • La Casta dell’Appartenenza e il Mito della Superiorità.

    La Casta dell’Appartenenza e il Mito della Superiorità.

    Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un paio di commenti su facebook che citavano “orgoglioso di essere razzista”. Altro non erano che reazioni a fatti di cronaca che vedevano coinvolti immigrati di colore. Non posso nascondere che, da madre di un bambino mulatto, sono rimasta molto turbata perché il colore della pelle non è una caratteristica che influenza il comportamento di una persona. Non perché sei nero, sei automaticamente un delinquente o sei destinato a diventarlo. Eppure si continua  a fare l’errore di associare alle persone di colore pericolose generalizzazioni o stereotipi infondati: ignoranza, basso livello culturale, pericolosità, criminalità. 

    Ma cosa succede quando queste persone incontrano una realtà che non corrisponde al loro pregiudizio? Qui si palesa una forma di razzismo più sottile, ma non meno violenta: quella che potremmo definire l’esame infinito. Esistono contesti in cui a una persona di origini diverse viene chiesto di essere “di più”. Più educato degli altri, più preparato, più colto, più talentuoso. Eppure, a volte, qualsiasi cosa lui faccia, sembra non bastare mai. Avere due lauree, parlare tre lingue, frequentare i teatri, tutto viene visto come un’eccezione da tollerare o, peggio, come una minaccia allo status quo di chi pensa che il “prestigio” sia un diritto di nascita. Per qualcuno non si è mai “abbastanza”, non si è mai all’”altezza”, perché il metro di giudizio non è il merito, ma l’appartenenza a un’idea di casta che non accetta intrusioni nella propria cerchia e che teme di subire un danno di immagine dall’associazione con persone che, per alcuni, richiamano certi stereotipi. Temono di macchiare la loro reputazione, dimenticando che sono le relazioni profonde e appaganti a dare gioia e senso alla vita e non le apparenze. 

    E cosa può succedere quando queste persone si ritrovano nello stesso ambiente? A volte, questo disagio di fronte all’apparentemente diverso si trasforma in ostilità attiva, attraverso la calunnia e l’isolamento. Queste persone cercano di fare “terra bruciata” attorno a quelle persone che mettono in crisi le loro certezze. Questa è la proiezione di una fragilità identitaria profonda.  È un tentativo disperato di proteggere un primato sociale immaginario, cercando di spingere l’altro ad allontanarsi, a sparire, a cercare “il proprio posto” altrove. Una violenza che ha un nome, si chiama: Ostracismo Sociale. L’ostracismo sociale non è una reazione naturale di difesa verso persone socialmente pericolose ma viene messo in atto nei confronti di persone che non hanno fatto nulla di male. È un’ingiustizia, una violenza che ha lo scopo di isolare e allontanare coloro che ne sono vittima, attraverso comportamenti passivo aggressivi. Si manifesta anche attraverso un atteggiamento di chiusura continua verso una determinata persona arrivando ad allontanarsene ogniqualvolta si avvicini.  Questo comportamento, che simula la necessità di difendersi, in realtà mira solo a costruire nello spettatore ignaro l’idea che da quella persona venga un pericolo, come se stessimo davanti ad una parete e all’improvviso alzassimo le mani per coprirci la faccia.

    Ma tra i timori degli adulti ci sono i bambini che con un occhiolino, un sorriso, un gesto d’intesa dimostrano che i loro sentimenti sono più forti. I bambini ci insegnano che l’amicizia non ha bisogno di “livelli” o “standard di qualità”, ma solo di verità. Il compito di noi adulti dovrebbe essere quello di pulire il loro orizzonte, non di oscurarlo con i nostri fantasmi perché nessuno debba doversi impegnare il doppio per ottenere la metà della considerazione. Faccio un appello accorato a tutti di stare attenti e di non giudicare dalle apparenze. Quando è una persona “diversa” ad essere isolata, prima di giudicare, valutate attentamente che non si tratti di un caso di ostracismo sociale, per non diventare inconsapevolmente complici e, senza volerlo, danneggiare qualcuno che ha solo la colpa di essere nato apparentemente diverso da quelli che lo circondano.

  • I meccanismi del bullismo

    I meccanismi del bullismo

    La minimizzazione, il silenzio, la colpevolizzazione della vittima e il rifiuto.

    Si è parlato molto di bullismo recentemente per via del suicidio dell’adolescente Paolo Mendico che ha portato all’attenzione un aspetto sconosciuto ai più e conosciuto solo da chi lo ha vissuto per esperienza: la possibilità che i fatti vengano minimizzati.

    E’ molto triste vedere che i genitori di Paolo continuano a sostenere che sia loro che il figlio avevano chiesto aiuto ma si erano trovati di fronte a persone che minimizzavano quanto accadeva. Il rischio in questi casi è che i genitori vengano additati come quelli che disturbano con continue lamentele infondate. Infatti, di fronte alla minimizzazione del problema, sono i genitori ad apparire in qualche modo esagerati, iperprotettivi o paranoici.

    Questa però è una pericolosa semplificazione. In generale, la realtà infatti è complessa, fatta di mille sfaccettature, intrecci, interessi, insegnanti a volte inadeguati, e non si può giungere a conclusioni così affrettate.

    Mentre per il caso di Paolo sono ancora in corso le indagini penali per istigazione al suicidio e devono essere accertate eventuali responsabilità da parte della scuola, a giudicare dalle testimonianze scritte nei commenti ai post pubblicati online da varie testate giornalistiche sulla vicenda, pare che molte famiglie si siano trovate in una situazione simile a quella denunciata dai genitori del ragazzo suicida.

    Sono molti i commenti che parlano di come i genitori dei ragazzi accusati di bullismo spesso reagiscano minimizzando o negando e si sentano offesi e accusati ingiustamente. Dai commenti emerge anche che spesso questi genitori si sono trovati davanti insegnanti che hanno minimizzato i fatti nel timore che la scuola perdesse iscrizioni.

    E poi c’è quel meccanismo superficiale che porta a pensare che se quel ragazzo è isolato dai compagni, magari è perché è lui ad avere qualche problema e a quanto pare, nemmeno i professori, non me ne vogliano quelli che invece fanno molto bene il loro lavoro, sono immuni a questo meccanismo. 

    Per cui, alla fine, la vittima di bullismo si trova accerchiata da una schiera di persone che, o con il loro silenzio o con un giudizio sotteso è come se gli dicessero  in continuazione che in fondo in fondo, se lo merita. In inglese si chiama the circle of bullying. E a questo punto il bambino o ragazzo bullizzato potrebbe iniziare a pensare che sia colpa sua, di non valere niente, di non essere simpatico a nessuno, di non poter vivere in una società che lo rifiuta e che questo non cambierà mai.

    Quante volte attraversiamo dei brutti momenti? Ma sappiamo che prima o poi tornerà il sereno. I ragazzi hanno meno esperienza e, non trovando aiuto, possono pensare che la situazione non cambierà mai, perché quello è il loro mondo ed il mondo, la società, si sta comportando in quel modo nonostante i tentativi di far finire quel brutto gioco. Nessuno può vivere in un mondo in cui non si sente accolto ed apprezzato.

    Il silenzio acconsente,  alimenta e avvalla. E’ il silenzio attorno al bullismo che uccide, perché il bullo sarà anche un debole, ma tutti gli altri no. Gli adulti sono i veri responsabili, quelli che non bloccano i meccanismi di imitazione tra ragazzi, i quali si uniscono al bullo, magari per non essere a loro volta esclusi dal gruppo, ed i genitori che, oltre a non aver fatto crescere i figli con una buona intelligenza emotiva (empatia), e a non avergli  trasmesso l’importanza di rispettare il prossimo, continuano a minimizzare e non cercano di rimediare neanche dopo. Fondamentalmente si tratta di enormi fallimenti educativi, di bambini e ragazzi senza la minima consapevolezza della sofferenza altrui.

    Nel 2024, un sondaggio ha indicato che in Italia un ragazzo su 5 è vittima di bullismo o cyberbullismo, un problema educativo serio dunque, nel nostro paese.  Ci sono diversi tipi di bullismo: fisico, verbale, cyber e sociale. Anche l’esclusione è bullismo. I ragazzi hanno bisogno di socialità, non possono vivere esclusi dai loro pari. 

    Ogni volta che un adolescente si toglie la vita si parla di sensibilizzare i giovani. Ci sono genitori che girano le scuole per parlare con i ragazzi. Sul caso di Andrea Spezzacatena, anche lui morto suicida, nel 2012, è stato girato anche un film: Il ragazzo dai pantaloni rosa. Si parla con i ragazzi per convincerli che è sbagliato, ma non si parla mai con i maggiori responsabili: gli adulti che stanno in silenzio e fanno finta di non vedere e quelli che minimizzano o negano.

    A loro volta però anche gli adulti possono essere vittime di bullismo. In questo caso si parla di mobbing ma le dinamiche sono le stesse. C’è il bullo, ci sono quelli che partecipano, i sostenitori che approvano ma non partecipano direttamente e quelli che non approvano ma stanno in silenzio perché pensano che non li riguardi. L’adulto ha strumenti che gli permettono di non cadere nell’ auto-colpevolizzazione. Ha consapevolezza del mondo, ha già costruito i suoi rapporti di fiducia anche al di fuori della famiglia, conosce le dinamiche sociali e sa cosa ha di fronte ed anche come eventualmente uscirne. I ragazzi ed i bambini no e per questo andrebbero protetti. Non si dovrebbe mai minimizzare tanto più che prima si interviene e più facile è rieducare.

  • Asilo nel bosco: bimbi liberi ma il modello educativo?

    Un tipo di asilo alternativo, l’asilo nel bosco, ha come slogan “bimbi liberi”. Di per sé sembrerebbe affascinante e lo è, se fatto in un certo modo. Pensare a bimbi che sperimentano nella natura, che trascorrono diverso tempo all’aria aperta non sembra una cattiva idea, però come in tutte le cose, anche qui, non ci si può improvvisare. La funzione educativa è importante e quindi bisogna essere preparati. La prima infanzia poi è un’età molto delicata perché è da 0 a 5 anni che avviene lo sviluppo psico-emotivo del bambino. In questo periodo è fondamentale che il bambino costruisca una fiducia in sé stesso e nel prossimo che saranno le basi per costruire relazioni profonde nel futuro. È bene che noi mamme stiamo molto attente prima di affidare i nostri bimbi in altre mani soprattutto a chi interpreta “bimbi liberi” in maniera estrema. Una filosofia del tipo: l’adulto non interviene nei conflitti perché i bambini devono imparare a gestire da soli le relazioni è non solo irrealistica ma pericolosa. Un conto sono i bambini più grandi a cui si può cercare di insegnare a risolvere i loro conflitti da soli incoraggiandoli a trovare un accordo che faccia contenti tutti ma tra bimbi di varie età, dai 2 ai 5 anni, rischia di trasformarsi nella legge del più forte. Il più grande diventa il prepotente che domina i più deboli, i quali subiscono. Immaginate un bimbo di 5 anni che rovescia dall’alto barattoli e pentolini sul banco dove sta giocando uno di 2, o che passa e dà calci al camioncino che quello di 2 sta spingendo con le mani e l’adulto che non interviene, magari si trova pure a metri di distanza a farsi gli affari suoi per poi giustificarsi dicendo che “così impara a gestire da solo le relazioni” Ma cosa stanno imparando veramente questi bambini? Secondo i migliori pedagoghi al mondo non stanno imparando a gestire le relazioni bensì imparano che l’adulto non li protegge o che l’adulto non è una guida. Questi bambini imparano a fare da soli sì ma non come si potrebbe pensare ad essere forti ed autonomi, bensì, imparano che non si possono fidare di nessuno. Svilupperanno un attaccamento insicuro, secondo la moderna pedagogia, con tutte le conseguenze negative da adulti. La mediazione dell’adulto in questa fascia d’età è fondamentale. Come si può insegnare la collaborazione con un metodo del genere? Che dire? Prima di mettersi a fare gli educatori insieme alla fidanzata e all’amica della fidanzata, bisogna studiare, altrimenti si rischia di fare grossi danni ai bimbi, psicologici e materiali. Materiali sì o meglio fisici. Per falcetto e cesoie alla portata dei bimbi perché “bisogna dargli fiducia”, non credo che ci sia nemmeno bisogno di commentare. Bimbi che giocano a segare radici di alberi senza tra l’altro nessun adulto vicino. Bruciare legna umida e respirare fumi tossici per ore non credo rientri nei benefici dello stare all’aria aperta. Solo dei genitori molto miopi o distratti possono decidere di affidare i propri figli a chi ragiona così. Sicuramente non tutti gli asili nel bosco sono uguali, ci sono anche quelli belli, con una struttura al chiuso, perché non si può pensare di poter stare sempre all’aperto, e con personale qualificato, ma prima di fidarvi, come per ogni scuola, assicuratevi che sia così.

  • Bipolarismo: combattiamo la cultura Berluscogrilla

     

    Il fenomeno dell’analfabetismo è sempre stato considerato un fenomeno da sradicare e la politica ci si è dedicata con impegno riuscendo in Italia ad azzerarlo.

    Si potrebbe pensare che al fenomeno dell’analfabetismo funzionale venga dedicata altrettanta attenzione ed altrettanto impegno, ma quando la politica si è accorta che gli analfabeti funzionali potevano facilmente essere sfruttati per i suoi interessi si è dedicata con successo a coltivare questa specie di analfabetismo.

    Come? E’ semplicissimo: anziché lavorare per portare l’analfabeta funzionale ad un livello di cultura che gli permettesse di essere indipendente nel pensiero si è portata la cultura a livello dell’analfabeta funzionale, in modo che rimanesse dipendente dal pensiero del burattinaio e così utilizzabile ai suoi scopi.

    E quali sono le caratteristiche di questa neo-cultura? Una sola, semplicissima, è stata creata una “cultura binaria” una cultura, cioè, privaa di ogni sfumatura: SI’ / NO, BUONO / CATTIVO, BIANCO / NERO… che chiunque è in grado di comprendere.

    Certo, non è una novità, è sempre stata usata da alcune religioni: chi non si ricorda il “Con me o contro di me” che ha avuto così tanto successo nei secoli?

    Ma per un certo periodo questa, in Italia, era stata messa in crisi, e stava prendendo piede la cultura del “both and” “e … e …” di derivazione orientale, ying e yang dove i contrari non sono contrapposti ma si completano. E questa cultura stava portando ad una ricchezza di pensiero perché il nero ed il bianco insieme danno origine ad un’infinità di grigi e, soprattutto, sostituiva il dialogo allo scontro su tutto.

    Ma poi è arrivata la controrivoluzione, sulle ali principalmente dello strumento della rete che, annunciata come straordinario diffusore della conoscenza e valorizzatore dei rapporti è diventata nella realtà, grazie soprattutto ai social, l’affossatrice della vera cultura. Gli scritti di poche righe che caratterizzano i social impediscono di approfondire i pensieri e si limitano di conseguenza a concetti brevi semplici sono l’ideale per permettere l’espressione dei concetti binari.

    La cultura bipolare che elimina le tonalità di grigio finisce per trasformare gli esseri ragionanti in tifosi di squadre senza peccati che si scontrano con altre che rappresentano il male assoluto ed in questa crociata si sentono realizzati come persone in quanto esseri superiori, portatori della verità.

    Un esempio di attualità è dato dai vaccini: esistono solo i “pro-vax” ed i “no-vax”. Per la felicità di chi ha il potere di dettare le regole: “pro-vax” fa un effetto molto migliore di “ti vaccini come voglio io” e poter classificare chi semplicemente solleva dubbi come “no-vax” è efficacissimo per delegittimare ogni opposizione.

    Ma il grosso vantaggio per chi gestisce la cultura binaria è rappresentato dal fatto che elimina ogni possibilità di discussione perché nero e bianco sono così distanti che non è possibile nessuna forma di mediazione: una volta scelta la propria squadra inizia la guerra e chi non combatte è un traditore, così come chi insinua un qualunque dubbio. Di qui nascono le campagne d’odio perché pur di esportare la propriaa verità ogni mezzo diventa lecito, le “fake news”, le offese, …

    Si passa dalla razionalità alla fede e, dalla fede, all’accettazione del “dio” che arruola così al proprio servizio una massa di persone che ha perso ogni senso critico. E’ con questi mezzi che nascono i “partiti carismatici” di cui abbiamo avuto in passato tristi esperienze (nazismo, fascismo, …) esperienze che siamo pronti a rinnovare con i partiti carismatici odierni (berlusconismo, grillismo, ..)

    Storno

  • Storia di Ordinaria Ingiustizia Italiana “Tanto non controllano . . .”

     

     

    Vi racconto una storia di Ordinaria Ingiustizia Italiana e consiglio a tutti di pensarci bene prima di rivolgersi ai tribunali.

    A novembre 2011 compriamo 12 infissi da una società milanese che pubblicizza il prodotto come numero Uno sul mercato. Compriamo anche il portoncino blindato d’ingresso. Durante la consegna e posa si verificano vari problemi, misure sbagliate, chiavi sparite e serrature nuove prese a martellate per cambiare il cilindro, coprifili di colore diverso etc. . . Dobbiamo pagare gli ultimi 2.700 euro ma chiediamo prima le certificazioni di legge, che ci vengono mandate dopo molte insistenze e dopo la minaccia “te le mando solo dopo che mi hai pagato”. Le certificazioni risultano non essere valide perché i test sono stati effettuati nel 2009 in base ad una legge  sostituita da nuova norma nel 2010. E quella del vetro è scritta in rumeno e senza nessuna intestazione. Nell’arco di quattro mesi mandiamo due raccomandate tramite legale, che documentano i numerosi vizi e difetti degli infissi, chiedendo dapprima un sopralluogo, lettera  a cui non abbiamo ricevuto nessuna risposta, e poi proponendo di usare i 2.700 euro per porre noi rimedio ai difetti più gravi come ad esempio sostituire i vetri delle porte-finestre non a norma antinfortunio che costituiscono un pericolo per chi abita la casa in particolar modo per i bambini. Ma la risposta è “vi facciamo decreto ingiuntivo”

    Chiediamo allora un accertamento tecnico preventivo al tribunale di Busto Arsizio che ci viene concesso vista l’urgenza per il pericolo dei vetri. Gli altri difetti sono il progressivo cedimento delle ante a causa del fatto che il vetro è stato installato male per cui le portefinestre per essere aperte o chiuse necessitano che l’anta venga sollevata di peso. Le guarnizioni non tengono e non è stato isolato il montante inferiore con del silicone. Le portefinestre sono più corte del vano di apertura e lo spazio vuoto è stato riempito con schiuma. Lateralmente al portoncino blindato c’è uno spiffero talmente grande che si vede l’esterno . . . Risultato, una casa piena di spifferi e condense.

    La società non si presenta all’udienza di ATP. La perizia accerta la presenza dei difetti per un danno di 3.400 euro. 

    Intanto riceviamo il decreto ingiuntivo e facciamo opposizione. In udienza, a Milano,  dichiarano di non essersi presentati alla perizia perché avvisati troppo tardi per cui non hanno avuto sufficiente tempo per organizzare la difesa e portano a prova una sentenza di cassazione che riguarda tutt’altra fattispecie. La legge infatti dice che in caso di materia cautelare ovvero urgenza per la presenza di un pericolo, il giudice può agire nei tempi che ritiene opportuni e la parte citata altro non deve fare che presentarsi con un perito di parte ed esercitare il suo diritto di contraddittorio durante i rilievi peritali. Ma arriva il bello: il giudice di pace non legge nessun documento presentato, nemmeno la perizia e non capisce nulla.  No, la perizia la guarda di sfuggita e si permette di dire che i difetti contestati sono pretese da Quirinale!!!!!  Si fa l’idea che i difetti siano estetici e propone la pari e patta. Dopo che abbiamo speso 4.000 euro per la perizia? E 1.000 per l’opposizione al decreto ingiuntivo? E dopo che l’avevamo proposto un anno prima? Rifiutiamo. Propone di far sistemare a loro i danni. Cerchiamo di spiegare che non li ritenamo capaci e che avrebbero potuto già farlo e ci meritiamo un bel “con loro non si può ragionare”. Le viene poi un’idea geniale: convocare l’architetto che ha svolto la perizia per chiedergli un’integrazione qualità-prezzo. Non solo, stabilisce anche che la controparte, portando un proprio perito, possa fare le sue osservazioni all’architetto. E con quale diritto, visto che non si è presentata alle udienze per l’ATP?

    L’architetto, che viene disturbato per questa richiesta assurda fa notare che quando ci sono dei difetti oggettivi e gravi come la mancanza del rispetto delle norme, il rapporto qualità-prezzo non c’entra nulla e fornisce mille spiegazioni nonostante venga continuamente interrotto dall’avvocato della società di infissi che cerca di fare una grande confusione e ci riesce, perché il giudice non lo riporta mai all’ordine. Ma niente, il giudice continua a non capire e permette al titolare della società (perito di se stesso . . .?) di parlare ampiamente insieme al suo avvocato, non solo per fare osservazioni sui difetti delle finestre ma per dare a noi la colpa di questi, naturalmente in base a delle grosse menzogne, mentre quando noi cerchiamo di spiegare il perché le loro giustificazioni sono menzogne il giudice ci zittisce. Le mostro un pezzo di pvc della portafinestra che si è staccato a causa del cedimento dell’anta ma prima che possa parlare mi ordina di riprendermelo e mi rimprovera. Un trattamento al limite dei diritti umani. Il nostro perito di parte, presente in udienza, cerca di parlare ma viene zittito, ci riuscirà solo dopo un’ora circa quando il giudice ad un certo punto chiede “e lei chi è? . . .”.

    Il perito del tribunale spiega che gli infissi sono venduti per garantire un coefficiente di isolamento termico e che per questo lo stato riconosce anche un incentivo del 65% in detrazioni fiscali. Quindi non va bene che le loro finestre creino così tanti spifferi ma il giudice risponde “si vabbè ma tanto non controllano e l’incentivo lo danno lo stesso” . Dunque è giusto che noi stiamo al freddo? Ma ciò che è peggio. E’ giusto truffare lo stato? Le finestre non sono a norma. Risposta del giudice “si vabbè” La società di infissi sostiene che i vetri non a norma li abbiamo voluti noi e convince il giudice che loro non hanno nessuna responsabilità. A nulla vale dire che le misure le hanno prese loro e le finestre le hanno posate loro e noi nulla capiamo delle sigle scritte sui preventivi no mi correggo non riusciamo a dirlo perché il giudice  arriva al punto di dire “volete che vi mandi fuori?” ed alla risposta “noi vogliamo giustizia” ci sbatte fuori e chiude la porta. Il nostro perito di parte ci prova a farle capire che sta sbagliando e quando lei afferma che tutto si può comprare/vendere lui le risponde “dunque anche la droga”. Quindi ricapitolando fin qui. La società di infissi non si è presentata alla perizia perché sapeva di aver torto. Si è attaccata ad una scusa non avvallata dalla legge per dire che gli era stato negato il contraddittorio e che la perizia che gli dava torto non era valida, per cui a noi viene negato il diritto al rimborso della perizia, però può fare osservazioni al perito, spingendosi ad accusare noi per i difetti delle finestre senza che a noi venga permesso di difenderci.  A chi è stato negato un diritto? Il nostro avvocato ha avuto pochissime possibilità di parlare così come il nostro tecnico di parte e noi siamo stati cacciati fuori. Il giudice ha in fin dei conti affermato che il fatto che le finestre non fossero a norma è irrilevante, che è lecito truffare lo stato e che chi vende droga non ha nessuna colpa bensì ce l’ha chi la compra.

    In questa zona franca al di fuori delle leggi a quanto pare, e non nell’aula di un tribunale,  il giudice continuava ad andare per la sua strada di chiedere un’integrazione qualità prezzo perché secondo lei le avevamo pagate poco e quindi potevano essere difettose e non a norma. Stava dunque chiedendo un’altra perizia con sopralluogo delle parti per stabilire la qualità prezzo.  Posto che i prezzi corrispondono ai prezzi di mercato il perito, resosi conto dell’assurdità della cosa e compreso che il giudice non solo non capiva ma non aveva la minima intenzione di farlo per pura presunzione, pensando che non ne saremmo usciti più ed avremmo continuato a spendere soldi dietro a delle richieste assurde, ha proposto una trattativa. Ci hanno dato 500 euro dopo averne spesi 6000 in via giudiziale e 750 in via stragiudiziale ed essere stati privati del diritto di difesa. Ma alla fine è stato penso il minore dei mali, almeno abbiamo finalmente, dopo 13 mesi dalla richiesta di ATP, il diritto di cambiare le finestre iniziando da quelle pericolose. Perché se qualcuno si fa male non è che gli possiamo dire “sì vabbè!”  

    Intanto questa ditta continua a vendere i propri vetri non a norma antinfortunio ed a posarli in casa della gente, tanto il giudice ha detto che la responsabilità non è loro . . .

    Rileggendo questa storia di Ordinaria Ingiustizia Italiana che mi riguarda mi viene anche un po’ da ridere e provo una certa pena per la miseria di queste persone che hanno perso molto più di qualche migliaia di euro. Mi riferisco all’onore ed all’intelligenza.

    di Cinzia

  • Seghe digitali

     

     

    Da quattro chiacchiere con l’amica Cinzia Bascetta sono nate queste considerazioni:

    Non sono i vecchi attrezzi in versione
    moderna, ma la versione attuale della vecchia espressione “seghe
    mentali” che ebbe grande successo negli anni settanta: pensieri per
    il puro piacere di farlo, e non per creare qualcosa; cosa
    assolutamente legittima, ma mentre chi si masturba sa benissimo che
    i figli non nascono così, sono molti i masturbatori digitali che
    pensano di aver migliorato il mondo grazie al loro intervento.

    Ho dato un’occhiata ad un articolo di
    Libero ed ho visto che era corredato di oltre 4000 commenti: un gran
    numero di persone si è dato da fare a pubblicare il suo pensiero
    nell’illusione di portare il proprio contributo alla discussione,
    contributo che nel giro di pochi minuti è stato sommerso dai
    commenti seguenti e mi sono chiesto se l’autore avrà pensato “Oh,
    mi sono sfogato!” oppure sarà stato grato al giornale che gli ha
    dato la possibilità di far conoscere la sua opinione al mondo.

     La rete si autoproclama imparziale
    mezzo di comunicazione, ma spesso è solo un mezzo di informazione,
    nel senso etimologicamente deteriore, di (de)formare il cervello
    degli utenti dandogli la forma che il “padrone del vapore”,
    ovvero chi paga, desidera. E’ vero infatti che sulla rete per ogni
    voce c’è la sua contraria, dando così l’impressione di
    imparzialità, ma non c’è alcuna possibilità di verifica e quindi
    si finisce per ascoltare ciò che piace scambiandolo per ciò che è
    vero, esattamente come si è sempre scelto finora il giornale da
    leggere od il canale televisivo da guardare.

     Basta leggere poi un social network od
    un blog per vedere che in rete non si comunica: tutti parlano di
    tutto ma nessuno ascolta. Sono rarissimi coloro che prendono in
    considerazione le risposte dell’interlocutore, per lo più si
    difendono all’ultimo sangue delle proprie asserzioni, anche contro la
    logica: un muro contro cui le idee rimbalzano come palle da tennis.

    [l'umoristico “Generatore Automatico di Risposte Grilline alle
    Critiche Verso il M5S” descrive perfettamente quella situazione,
    anche se certamente non è un comportamento solo loro]

     Ma l’effetto più dannoso della rete è
    che ci dona l’illusione che utilizzare la rete sia azione, spegnendo
    così ogni spinta a muoverci diversamente. C’è un evento che ci
    colpisce negativamente? Ci sentiamo appagati per esserci indignati,
    per averlo subito additato al pubblico ludibrio dei nostri amici, per
    aver firmato ed invitato a firmare almeno un paio di petizioni e
    così… “na sega”

     di Storno Pirata

  • Le mille e una sola di Groupon: il ranch dei laghi di Taino

    Cavalli-15

    Quando si fa un acquisto su groupon il problema è che si paga prima e solitamente non si ha la minima idea di dove si vada a finire. Chi mi ha regalato questo coupon non poteva sapere cosa avrei trovato. Comincio a pensare però che su groupon ci finiscano per la maggior parte quegli esercizi che non essendo di grande qualità faticano a trovare clienti.

    Oggi ci rechiamo al ranch dei laghi di Taino per una passeggiata a cavallo. Sul loro sito parlano di un'atmosfera famigliare, calda e accogliente ma niente di più falso. Appena siamo arrivati, dopo aver regolarmente prenotato per le 15.30, orario scelto da loro, si gira verso di noi un tipo che ci guarda come se fossimo due intrusi e ci dice: "anche voi dovete fare la gita?" E prosegue con "Nooo! Sono appena andati via in quattro, porca miseria"  Ma se al telefono avevo parlato proprio con lui! Intanto lui ha una lezione e ci dice di aspettare tre quarti d'ora, di non tornare a casa ma di aspettare lì e di aspettare ad un fantomatico bar che non si trova, dopo verremo a sapere che l'aveva chiuso lui e non se lo ricordava. Due ragazzine spocchiose vestite da film americano vanno avanti ed indietro come se fossero a casa loro, probabilmente lo erano,  atteggiandosi da dive e nemmeno salutano. Una di loro sella un cavallo e la vedo mentre lo sgrida e lo picchia.  Dopo un'ora di attesa tra le mosche, il tizio di prima, credo che fosse il titolare,  mi dice che con i pantaloni che lasciano scoperto il polpaccio non posso andare a cavallo, ma cavolo se prima volevamo tornare a casa che dista solo 10 minuti, perché me lo hai sconsigliato? Avrei potuto cambiare i pantaloni; ed inizia tutta una solfa sui miei pantaloni tanto che ad un certo punto devo dirgli di non preoccuparsi, che al massimo otterrò anche una depilazione definitiva. E' importante notare che né sul coupon né in fase di prenotazione telefonica sono state date indicazioni sull'abbigliamento. Alla fine non ho avuto nessun problema a causa dei pantaloni.  Il nostro gruppo è composto da quattro persone, una di queste viene invitata a partecipare alla lezione tanto per fare qualcosa e noi dobbiamo assistere alla scena dell'istruttore che non fa che prenderla in giro la mette di proposito a capo fila, sapendo che i cavalli tendono a seguire quello davanti e non smette di paragonarla ai bambini suoi allievi dicendo di guardare loro come invece sono bravi,  mentre lei incassa, si vede che è abituata a subire . . . o è un po' scema. Noto che i cavalli hanno della schiumetta agli angoli della bocca, uno ha addirittura la lingua che penzola. Il maestro di equitazione si concede anche una bella birra mentre fa "lezione" ai bambini che manda giù tutta in due sorsi. Poi tocca a noi fare qualche giro di pista. Mi viene spiegato solo come frenare. Il mio cavallo continua a spostarsi al centro, ed a fermarsi, come se volesse riposare, ad ogni modo io non so andare  a cavallo e non lo nascondo ma invece di agevolarmi mi viene detto che il cavallo fa così perché io non lo rendo sicuro in un modo e con un tono da farmi sentire in difetto. Tutto il tempo mi sono sentita inadeguata e non a mio agio perché l'atteggiamento generale era quello di criticarci. Forse era per spingerci a frequentare i corsi? Il sospetto mi è venuto, d'altronde credo che lo scopo non sia vendere gite a cavallo ma lezioni di cavallo (opzione compresa nel coupon)! Partiamo per questa gita che doveva essere di tre ore ma viene dapprima proposto di spezzarla in due da un'ora e mezza, poi il capo decide di farla di due ore . . .  Partiamo con una guida di origine straniera e da subito il mio cavallo ha un passo più lento degli altri ma ogni tanto parte da solo al trottro rischiando di farmi cadere, se non fosse che ho addominali d'acciaio,  la guida continua a parlarmi come se io sapessi andare a cavallo e non si rende conto che non capisco. Mi dice vai di qua, con un tono per niente gentile ma se non so nemmeno come si fa? Intanto i cavalli degli altri, tra cui mio marito che come me non è capace di cavalcare, sono molto più tranquilli e seguono la fila (cosa che dovrebbero essere addestrati a fare). La guida continuava a pretendere che io in continuazione scalciassi il cavallo al trotto per raggiungere il cavallo davanti finché, resami conto che per me era solo pericoloso e che non avrei potuto passare due ore così, mi sono rifiutata dicendo che il cavallo era lento e che tanto dopo un po' gli altri l'avrebbero comunque staccato. Chissà si sarà offeso il cavallo? Non lo so, la guida torna indietro e viene verso di me e all'improvviso il mio cavallo si impenna facendomi spaventare tantissimo. La guida invece di rassicurami mi ha "rimproverato" di non urlare ha tirato giù il cavallo ed ha proseguito. C'è differenza tra un tono gentile e rassicurante ed un rimprovero. Dopo un po' mi lamento che solo il mio cavallo fa così mentre quello di mio marito, che come me non ha nessuna esperienza, è tranquillo. La guida si offende, perché loro, non mi hanno dato un cavallo cattivo e mi dice "e allora perché quello di tuo marito non fa così?" e poi mi rimprovera dicendo che sono io che non ascolto, intanto mi cambia il cavallo e prende lui il mio guidando la fila. Ora i cavalli devono seguire quello più lento e nessuno resta indietro. Ma la guida non ne vuole sapere di tacere e rimprovera me, mi dice che quel cavallo è più lento, è questa la ragione! Ma davvero? E' da mo' che cerco di farglielo capire! Ed ora lo dice rimproverandomi? Allora  gli spiego che lui mi ha dato un cavallo che ha il passo più lento degli altri e che essendo costretto ad accelerare in continuazione per raggiungere gli altri mi ha messo in difficoltà oltre che in pericolo per non parlare del fatto che saltare in continuazione su una sella è doloroso e che lui non è stato in grado di gestire questa situazione. Ad un certo punto devo anche dirgli di smetterla di polemizzare per non disturbare gli altri ma non ce la fa e dopo un po' ricomincia perché mi ha sentito parlare con mio marito del fatto che mi sono sentita in pericolo e ricomincia dicendo che il problema è che io non ho fiducia nel loro lavoro mi fa proprio la domanda "ho sentito che dice così, allora lei non ha fiducia nel nostro lavoro?" Classica reazione da paraculo!! Spostare il problema sul fatto che sono io a non avere fiducia e fare l'offeso. Questo è il top della paraculaggine ed il peggio della professionalità. Ma se ci fosse stato un bambino su quel cavallo? Per non parlare del fatto che la guida si è messa a fumare facendomi respirare tutto il suo veleno e per di più in un bosco!!! La dimostrazione che non ero io ad agitare il cavallo sta nel fatto che il secondo cavallo non mi ha dato nessun problema e se n'è stato buono buono senza impennarsi o correre. Non è che l'altro cavallo era stanco? Leggo che il dott. Cosentino, grande esperto di cavalli, scrive che spesso si impennano perché non hanno voglia di lavorare. Un altro dice che capita perché qualcosa li spaventa. Entrambe le cose sono possibili. Una perché la guida si è mossa all'improvviso verso di noi e l'altra perché il maneggio ha preso più prenotazioni di quelle che era in grado di gestire, non ha provveduto a suddividerle per gruppi e tempi correttamente ed ha costretto alcuni cavalli ad un sovralavoro. Siamo sicuri che se ne intendano veramente di cavalli? 

    Il problema di groupon è anche la selezione della compagnia difatti a concludere la gita in bellezza c'è  la tamarra di turno, vestita da cavallerizza da quattro soldi con stivaloni in finta pelle che mi dice che le ho rotto i coglioni. Proprio una gran signora e soprattutto intelligente e poco maschilista ma d'altronde da una che ti dice che non ti devi preoccupare tanto sei assicurata . . . cosa ci si può aspettare?  Magari se lei cade da cavallo e si rompe la spina dorsale è contenta lo stesso tanto c'è l'assicurazione. Ad ogni modo quello non la finiva più di polemizzare e di provocare e lei se la prende con me? Si sa che è più comodo prendersela con i più deboli.  Ha proprio ragione la dermatologa di Milano, mai più vendere su groupon, anche per quanto riguarda la clientela ti arriva di tutto e non puoi selezionare. Groupon è un fallimento: prodotti non consegnati, contratti negati dal rivenditore, estetiste incompetenti ed imbroglione ed ora anche maneggi gestiti in maniera incauta e poco professionale. Mai più e lo sconsiglio vivamente a tutti. Se poi si considera che il coupon viene venduto con un valore di €150 al prezzo di 35 per tre lezioni individuali o gita per due persone ma sul loro sito, che non è indicato sul coupon, le tariffe per i "soci" sono di €13 a persona per la gita e di €150 per 14 lezioni di gruppo e €15 per le individuali. . .  a questo punto vorrei sapere a quanto ammonta la quota associativa visto che sul sito non c'è scritto e quali sarebbero i prezzi delle lezioni per i non soci. In base al coupon dovrebbero essere 150 euro per tre lezioni. Un po' caro direi.

  • Euro o non Euro?

    Euro

    Non credo che ci appassionerebbe molto
    discutere se è meglio o no rimettere il tappeto in una stanza perché
    così possiamo scoparci sotto la polvere, ci sembrerebbe più sensato
    pensare a come fare per avere una stanza senza polvere, sia che si
    veda o che sia nascosta. Eppure di questi tempi il dibattito
    economico si è incentrato esclusivamente proprio sulla scelta fra il
    rimanere nell'euro o il ritornare alla lira, e gli economisti si sono
    trasformati in tifosi da stadio insultandosi fra loro e magnificando
    la propria squadra senza vederne alcun lato negativo:. Significativo
    a tale proposito il video che ha fatto il giro della rete dello
    scontro a Piazza Pulita fra Loretta Napoleoni e Michele Boldrin
    [https://www.youtube.com/watch?v=dou18Mec9Rk&playnext=1&list=PLiQIVn97oFi5vHMoRog7vJA_ZA-fVnHlI&feature=results_video
    a partire dal minuto7] dove una prende il picco di svalutazione
    rispetto all'ECU e l'altro la svalutazione media rispetto al dollaro.

    Sin dall'inizio si è detto che con la
    sua introduzione si sollevava il tappeto, sotto cui si nascondeva
    l'inadeguatezza del nostro paese ad affrontare il mercato e che
    questo avrebbe costretto il governo a prendere i provvedimenti
    necessari, cioè i padroni di casa a provvedere al necessario per le
    pulizie.

    E così, dopo dieci anni di governi
    legaberlusconiani più qualche spicciolo di altri, dove si è fatto
    di tutto perché le persone alzassero gli occhi al cielo e non
    guardassero il pavimento oggi si è accumulata tanta di quella
    polvere che rimettere il tappeto potrebbe non bastare per
    nasconderla.

     

    Ma su cosa allora vale la pena di
    dibattere? Svanita ormai (almeno si spera) l'illusione della
    crescita, grazie all'analisi di parametri quali l'impronta ecologica
    dal punto di vista teorico, e sperimentalmente dall'analisi
    dell'andamento dell'economia negli ultimi anni, sarebbe bene
    concentrarsi sulla scelta fra le due restanti alternative: Decrescita
    Infelice (non per tutti) o decrescita Felice.

    La Decrescita Infelice è l'unica
    alternativa che hanno a disposizione gli animali: quando le risorse
    dell'ambiente dove vivono diminuiscono, i più forti continuano a
    mangiare come prima, i più deboli muoiono; se ciò non basta i più
    forti invadono i territori dei vicini, e se non basta ancora si
    emigra, se infine tutto ciò non è sufficiente, avviene
    l'estinzione.

    E' tutto quello che ha fatto finora
    l'uomo: i più deboli sono morti di denutrizione o, come sta
    avvenendo oggi, si suicidano, le guerre predatorie del colonialismo,
    lo sterminio degli indiani d'America nel passato, l'aggressione oggi
    ai palestinesi,gli emigranti italiani nel passato ed i migranti verso
    l'Italia oggi, sono tutte forme di decrescita infelice, sia per i
    vincitori che per i vinti (come già detto non per tutti).

    Ma la miglior descrizione degli effetti
    futuri della Decrescita Infelice è contenuta nel video “Gaia, il
    futuro della politica”

    http://www.casaleggio.it/media/video/gaia-il-futuro-della-politica-1.php.
    Anche se per condividere l'ottimistico finale (si fa per dire, visto
    la riduzione della popolazione mondiale a circa un decimo), vale a
    dire una democrazia diretta mondiale basata sulla rete, viste le
    attuali situazioni, dobbiamo non pensare a chi gestirebbe la rete.

    L'uomo, però, essendo dotato di
    intelligenza e cultura, ha la possibilità di trovare strategie
    alternative, quale appunto è la Decrescita Felice, per tener pulita
    la casa senza eliminare la maggior parte di coloro che ci abitano.

    Difficile sintetizzare un concetto
    complesso in poche parole, si corre sempre il rischio di
    travisamento, come tentativo si potrebbe dire che si tratta di una
    decrescita controllata e non lasciata libera a sé stessa dove la
    “felicità” data dal consumo viene sostituita da quella data
    dalle relazioni sociali. La conseguenza non è un rifiuto della
    tecnologia, è il rifiuto del PIL come parametro di “felicità”
    dei cittadini, è l'invito all'incremento dell'autoproduzione, al
    risparmio energetico, al dono,…tutte attività che riducono la
    quantità di lavoro salariato, a favore di quello non salariato, e
    dell'incremento della cultura.

    Per approfondire il vero significato
    della Decrescita Felice rimando al sito del Movimento per la
    Decrescita Felice, fondato da Maurizio Pallante.
    http://decrescitafelice.it/

    .

     di Penta