In questi giorni ho visto su Netflix un reality show americano di sopravvivenza dal titolo Outlast. I partecipanti affrontano una sfida estrema a squadre, ma con una particolarità: non ci sono regole. Sono loro a dover stabilire le proprie norme di convivenza, proprio come accade nel romanzo Il signore delle mosche di William Golding.
In questa edizione, ambientata su un’isola panamense, ho rivisto una dinamica che ho vissuto personalmente e che credo si ripeta molto spesso nella vita reale. Una delle fazioni, la squadra Charlie, è formata da tre uomini e due donne. Una di queste ragazze si dà moltissimo da fare, a differenza degli uomini; uno in particolare la provoca continuamente, sia con la propria pigrizia, sia accusando lei di parlare troppo e di creare scontri. Ben presto, anche gli altri due ragazzi si accodano a questa narrazione distorta, secondo la quale la causa di ogni tensione sarebbe solo lei.
La parte più dolorosa da guardare è che persino l’altra ragazza della squadra, pur pensando diversamente, per non andare contro il branco decide di adeguarsi. Quando il gruppo sceglie di eliminare la prima ragazza (per spartirsi un montepremi più alto), anche lei sostiene pubblicamente l’accusa contro il carattere della compagna.
La ragazza viene così cacciata, ma viene accolta in un’altra squadra. E qui la narrazione cambia completamente: nel nuovo gruppo viene apprezzata, il suo lavoro si dimostra utilissimo e nessuno la accusa di essere una piantagrane. I componenti collaborano, vanno d’accordo e lei stringe persino una bella amicizia.
Cosa è cambiato? Lei no di sicuro. È cambiata la squadra.
La squadra Charlie era un ambiente privo di empatia, incapace di valutare correttamente il prossimo, arrivando a bullizzare una persona corretta e intelligente nella piena e cieca convinzione di essere nel giusto.
Spesso, nella vita di tutti i giorni, veniamo giudicati superficialmente da persone prive di sensibilità che si spalleggiano a vicenda semplicemente perché sono simili. Quando ci si trova in questi contesti, si rischia di credere di avere qualcosa di sbagliato. Ma basta cambiare aria per accorgersi che la realtà è diversa: non eravamo noi il problema, era l’ambiente a essere tossico.
E a voi, quante volte è capitato di finire in una “squadra Charlie”?
