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  • Sesto Calende, il parroco ci lascia con un’esortazione: Raccogliere il testimone dell’orizzonte largo

    Sesto Calende, il parroco ci lascia con un’esortazione: Raccogliere il testimone dell’orizzonte largo

    La notizia delle dimissioni di don Luciano e la scelta di ritirarsi al romitaggio di Ghirla lasciano inevitabilmente un segno profondo nella nostra comunità. Le tempistiche di questa rinuncia, che giunge in giorni per me molto intensi, mi portano a riflettere sul senso del ministero e sulle fatiche che un pastore si trova ad affrontare, e aprono una doverosa riflessione per la nostra comunità.

    Nella sua lettera d’addio c’è un passaggio che mi ha colpito molto perché traccia un bilancio chiarissimo: il don ci ricorda come il cammino sul quale ha sempre cercato di accompagnarci sia stato quello della maturazione di uno “stile di apertura verso l’esterno”, verso un “orizzonte largo, capace di abbracciare la vita dell’intera città, in tutti i suoi ambiti”. È un obiettivo altissimo, squisitamente evangelico. Ma è proprio di fronte a questo orizzonte che si misura il travaglio che lo ha portato a definirsi, con dolorosa umiltà, “inutile” davanti a nodi ormai troppo aggrovigliati.

    La verità che emerge da questa scelta è quella di un orizzonte largo, inclusivo e profondo che si è scontrato con la resistenza di una comunità che probabilmente non è pronta a cogliere la luce che arriva da chi è così profondamente spirituale e aperto al mondo, e preferisce rimanere ripiegata su se stessa e arroccata nelle proprie certezze.

    Platone, nel mito della caverna, ci ha insegnato come gli uomini abituati a vivere tra le ombre rifiutino e isolino chiunque cerchi di portare una luce diversa e una visione più complessa della realtà. 

    Purtroppo, anche nelle nostre piccole realtà assistiamo troppo spesso al trionfo del conformismo e del perbenismo che porta a negare l’esistenza del male.

    Nella sua lettera aperta alla comunità don Luciano ci invita a interrogarci costantemente sull’autenticità della nostra fede. Il rischio altrimenti, a mio avviso, è quello di cadere proprio nel perbenismo. È un lavoro faticoso ma indispensabile.

    Una comunità che si nasconde dietro il perbenismo, infatti, offre i più vulnerabili in pasto ai lupi, li espone alle insidie del diavolo che sa nascondersi molto bene, arrivando a farsi angelo di luce per ingannare, a volte, anche le anime più guidate e in buona fede. 

    Leggere che un parroco dice di aver “mortificato il bene” deve far pensare attentamente, sono parole forti che non possono essere ignorate e devono far scattare un campanello d’allarme nella nostra comunità perché se c’è un bene, evidentemente c’è anche un male e allora ancora di più dobbiamo lavorare costantemente dentro di noi e tra noi per mantenere alta la consapevolezza dei valori cristiani di umanità e fratellanza, non perdere la luce e depontenziare il male. 

    Da membro del direttivo dell’associazione che è espressione della nostra comunità pastorale, sento forte la responsabilità di raccogliere questa esortazione a lavorare per il “bene comune”. Mi impegno, e spero che l’intera associazione e i volontari facciano lo stesso, ad applicare questi valori innanzitutto nel nostro quotidiano, coltivando il rispetto reciproco e mettendo da parte i personalismi, la vanità e l’egocentrismo di chi mette se stesso al centro anziché al servizio degli altri, ma soprattutto il perbenismo che è capace di avvelenare le relazioni umane.

    In questa scelta di andarsene non ci vedo solo fragilità umana, ma un estremo tentativo di dare uno scossone alle coscienze; e, che sia voluto o meno, mi auguro che il risultato sia questo.

    Auguro a don Luciano di trovare nel silenzio di Ghirla la pace e il ristoro di cui ha bisogno. A noi, come comunità, resta il compito di fare tesoro di questa esperienza, sperando di saper crescere nello spirito per essere finalmente pronti ad accogliere con amore, umiltà e autentica apertura non solo il prossimo parroco, ma il prossimo in genere.

  • La sindrome della Regina Cattiva: accettare il talento altrui per salvare la propria autostima

    La sindrome della Regina Cattiva: accettare il talento altrui per salvare la propria autostima

    “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”

    Questa è la celebre frase pronunciata dalla Regina Cattiva nella favola di Biancaneve e i sette nani. La storia ci parla di una donna che, ogni giorno, cerca conferma della propria bellezza in uno specchio magico parlante. Una donna apparentemente vanitosa, ma di una vanità caratterizzata da un bisogno infinito di autocompiacimento. Nella narrazione, infatti, la regina non fa altro che cercare continue rassicurazioni, il che mette in luce la sua profonda insicurezza.

    Quando un giorno lo specchio le rivela che Biancaneve è più bella di lei, l’evento le provoca un profondo trauma: la sua fragile sicurezza si spezza e, in preda a una crisi emotiva, ordina l’uccisione della ragazza. Solo così riesce a placarsi e a ritrovare la serenità.

    Poco tempo dopo, però, lo specchio le rivela la verità: Biancaneve è ancora viva e si nasconde nel bosco. Sebbene la ragazza si trovi in una condizione in cui non può nuocerle – è lontana, isolata e non rischia certo di oscurarla alle feste di palazzo – la regina entra nuovamente in crisi. Non può accettare la sua stessa esistenza e deve trovare un modo per cancellarla. Perché non importa se nessuno vede Biancaneve: il solo fatto che esista mette in discussione la sua sicurezza interiore.

    È qui che si pone l’interrogativo, sempre attuale: sappiamo accettare che ci sia qualcuno più bravo, o “più” qualcosa, di noi? 

    È questo il nodo cruciale. Basare la nostra stabilità sull’illusione di dover essere primatisti assoluti ci condanna a una perenne tensione. Ricorrere alla “mela avvelenata” dei giorni nostri — che si tratti di calunnie, ban, blocchi sui social, ostracismo o mobbing — non è una strategia risolutiva. È solo un palliativo destinato a fallire, perché ci sarà sempre qualcuno, da qualche parte, capace di eccellere.

    Solo un approccio umile alla vita può salvarci da questa crisi interiore.

    Guardare all’altro non come a una minaccia da eliminare, ma come a un’occasione per imparare e migliorare, trasforma l’invidia in stimolo. Collaborare, anziché distruggere, dà valore al nostro operato e gli conferisce la dignità di essere utile, a prescindere dalla “posizione in classifica”. In fondo, la vera magia non sta nello specchio, ma nella capacità di splendere di luce propria senza aver bisogno di spegnere quella degli altri.

  • Non conforme: la solitudine di chi crede ancora nei valori

    Non conforme: la solitudine di chi crede ancora nei valori

    Vivere da “solidi” in una società liquida: da Confucio a Bauman, cronaca di un naufragio etico.

    “In una società liquida, l’unico valore solido è l’opportunità del momento.”Zygmunt Bauman

    E’ di questi giorni la notizia di un padre ed una madre che hanno denunciato le insegnanti accusandole di aver falsificato i quaderni del figlio per ottenere una maestra di sostegno, in quanto, il numero di bambini nella classe era sceso sotto la soglia minima di 15 e la legge ammette la deroga sul numero dei bambini solo in presenza di almeno un bambino con bisogni speciali. E’ l’unico caso in Italia? Temo di no. 

    La domanda è: come siamo arrivati a questo punto? Come possono persone che hanno il delicato compito di accompagnare dei bambini nel loro percorso di studio ma anche di formazione come individui e di inserimento nella società, fare questo e sentirsi nel giusto, sentirsi moralmente autorizzati? 

    Per Confucio la tradizione stabiliva gli standard di eccellenza cui ognuno deve tendere. Oggi io ho la netta impressione che non esista più nessuno standard etico di comportamento. Temo non esistano più una morale, un’etica che siano fortemente condivise a livello di società e quindi in grado di influenzare comportamenti sociali. 

    Si sta verificando quello di cui il sociologo Sygmunt Bauman parla nei suoi saggi “Amore liquido” e “Società liquida.” Lo vedo prendere forma intorno a me ogni giorno.  Mi capita spesso di sentirmi profondamente diversa e anche di subire giudizi estremamente superficiali, che non riesco a collocare in una morale cristiana o confuciana, al punto che mi domando se esista ancora una distinzione netta tra bene e male a livello di percezione comune. 

    Più che nel torto, mi scopro ‘non conforme’. Una non conformità che non è ribellione, ma fedeltà a un baricentro che il mondo intorno a me sembra aver smarrito. Mentre la società liquida celebra l’adattabilità a ogni costo, la coerenza diventa una colpa, un ingombro che impedisce di scivolare velocemente tra le convenienze del momento.”

    Se fino ad una trentina di anni fa i valori erano fissi ed indiscutibili, erano un perno attorno a cui ruotavano il pensiero e le scelte, oggi i valori e le identità sono liquidi. 

    E infatti siamo passati dal concetto di relazione a quello di “connessione.” 

    Ci siamo abituati alle connessioni che sono facili da stabilire ma, soprattutto, facili da interrompere. Se la relazione era qualcosa che andava costruito nel tempo, alimentato da stima reciproca e rispetto e tutelato, adesso la connessione diventa un atto veloce e limitato nel tempo e la relazione perde di valore in virtù di un’interesse temporaneo. Finché mi serve. 

    In virtù di una libertà individuale portata all’eccesso, la vita diventa una serie di scelte di “mercato”. 

    Tutto cambia forma in continuazione, persino l’identità diventa un abito da cambiare continuamente. Scegliamo e cambiamo a seconda di ciò che ci fa comodo, e non abbiamo più il coraggio di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato.  In questa società, la non conformità diventa una forma di resistenza etica.

    E le tradizioni? Confucio identifica nei riti e nelle tradizioni il collante della società, ciò che, attraverso la ripetizione, entra nell’animo, che così ne comprende l’importanza ed il valore. Lo scopo ultimo delle tradizioni e dei riti era l’armonia sociale, che oggi vedo invece sacrificata in favore di una libertà individuale, una libertà che non vuole essere limitata da una coerenza morale. Difatti una coerenza morale sembra non esistere più. Si può continuamente venire meno a ciò che sarebbe moralmente corretto senza per questo subire un sentimento di riprovazione, perché tutto si azzera e si riforma in continuazione. 

    Una cosa rimane però: tutti, ma soprattutto genitori ed insegnanti, siamo prima di tutto “modelli etici.”  L’esempio che diamo ed il messaggio che passa alle nuove generazioni resta, e prima o poi ne pagheremo le conseguenze. La mancanza di principi saldi non può portare che al disordine, alla normalizzazione dell’abuso di potere, del sopruso, della violenza psicologica, della calunnia in nome di una libertà che mina l’armonia della società e la sicurezza individuale. Se le società solide di Confucio e quella cristiana, proclamavano il rispetto e la responsabilità verso l’altro, questa società liquida mette al centro la soddisfazione del sé ed un sentimento di opportunismo chiamandolo elegantemente: “libertà”.

  • Alma: il cuore pulsante della comunità pastorale.

    Alma: il cuore pulsante della comunità pastorale.

    Dalla vendita del grembiulino, ai concerti dello scorso anno, agli incontri di pedagogia, chi a Sesto calende non conosce l’associazione Alma Crescere al Centro?

    Alma è il cuore pulsante della nostra scuola e offre l’opportunità di viverla anche come comunità.

    Da giovani, io e mio marito, desideravamo, come molti di quell’età, fare qualcosa di utile per cambiare il “mondo” attorno a noi. Così, stanchi della  politica tradizionale ci eravamo uniti al M5S di Grillo. E’ stata un’esperienza gattopardesca che ci ha aperto gli occhi su come la politica spesso si adoperi perché tutto cambi affinché nulla cambi col rischio che qualche volta le cose possano anche peggiorare.

    Ho visto nell’associazione di volontariato un modo puro e disinteressato per lavorare per il bene comune. Non ci sono poltrone, nè soldi da guadagnare, si dona il proprio tempo per fare del bene e costruire una comunità.

    Il primo anno da volontaria è stato bellissimo. Valeria, che è l’attuale Presidente, allora consigliera, era sempre gentile, umile e molto inclusiva seppur io fossi solo una volontaria. Cercava idee ed era ben propensa ad ascoltare chi ne avesse, per il bene della scuola. Chiaramente l’obiettivo non era mettersi in mostra ma essere utili. Utili alla scuola, ai bambini, ai nostri figli e alla nostra comunità. E questo è il messaggio che Valeria mi ha sempre trasmesso.

    Nel 2024 è stato eletto il nuovo consiglio e l’atmosfera è cambiata a tal punto che, inizialmente mi sono dimessa dal ruolo di Tesoriere, lasciando di fatto un vuoto da colmare e dopo alcuni mesi, mi sono dimessa anche da consigliera, per la mia serenità.

    Ho avuto l’impressione che la mia intelligenza e la mia personalità, fossero percepite da qualcuno come qualcosa di disturbante al punto di arrivare ad usare le pwd di facebook per bannarmi dal profilo e dalla pagina dell’associazione, come ho dimostrato con dei video, ma sopratutto è stato fatto senza un valido motivo ed all’insaputa della Presidente, cosa credibile in quanto, fin dall’inizio del suo mandato, la Presidente aveva distribuito le pwd tra i consiglieri, chi gestiva il modulo di adesione soci, chi la community WhatsApp e i social.

    Se devo pensare ad una motivazione per questo gesto, mi viene in mente solo una cosa: una provocazione. Una provocazione per suscitare una reazione. Un gesto scorretto sia nei miei confronti che nei confronti di un’associazione di cui non si possono usare gli strumenti a proprio piacimento per colpire chi non ci va a genio. Non solo non è serio ma indubbiamente non incarna i valori cristiani di cui Alma è espressione in quanto strumento della comunità pastorale di Sant’Agostino e non fa onore alla sua missione educatrice.

    So che il mese scorso i responsabili del mio ban ingiustificato si sono dimessi. La stessa cosa  hanno fatto altri consiglieri.  Di conseguenza, essendo venuta meno la maggioranza del consiglio, la Presidente ed i restanti consiglieri  restano in carica per soli 60 giorni fino a nuove elezioni.

    Non escludo che qualcuno possa avere avuto motivi personali per dimettersi ma, la contemporaneità di queste dimissioni, fa pensare ad un atto di sfiducia nei confronti della presidente e francamente, se così fosse, mi sembra esagerato e inopportuno.  

    Alma è un’associazione che s’impegna per organizzare attività allo scopo di aiutare il Censad. In questi anni ha finanziato le merende offerte ai bambini in occasione di alcune festività, organizzato incontri con pedagogisti, educatori, ha finanziato alcune attività per i bambini come il teatro e laboratori di pittura e migliorie per la scuola.

    Questo avviene in un dialogo costante con la comunità pastorale perché Alma nasce per diffondere e far vivere i valori cristiani nella nostra comunità attraverso la cultura. Chi lo desidera dona il proprio tempo, avendo nel cuore il desiderio di contribuire a rendere il mondo un pochino migliore, sapendo che ogni piccolo gesto è utile.

    Questo è lo spirito di Alma.

    Con questo gesto mi sembra si sia andati un po’ oltre. Sfiduciare la Presidente mi ricorda un po’ la politica. 

    Personalmente non credo sia necessario un cambio di Presidente tanto piú che l’attuale ha lavorato tantissimo in questi anni, sopperendo in prima persona, anche dove altri non riuscivano o non se la sentivano, avendo lei sempre bene in mente l’obiettivo di essere utili e se Alma è un’associazione viva e attiva, a mio parere, lo si deve in gran parte al suo costante e instancabile impegno. 

    Se alle prossime elezioni del consiglio, i consiglieri dimissionari dovessero ripresentarsi, che cosa dovremmo pensare?

    Chi agisce per fare del bene è umile e lo fa in silenzio senza cercare la lode, come ci insegna il vangelo in Matteo 6:3 che riporta le parole del Signore “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la destra.” Questa è l’anima di Alma, questo è lo spirito cristiano.

  • La famiglia nel bosco e l’ideologia civilizzatrice e rieducante

    La famiglia nel bosco e l’ideologia civilizzatrice e rieducante

    Su questa vicenda si sono espressi garanti, politici e psichiatri. Questi ultimi hanno auspicato un veloce ricongiungimento della famiglia sottolineando l’importanza della continuità affettiva. Alcune voci autorevoli hanno evidenziato il rischio di traumi profondi. La politica, una parte di essa in verità, sta chiedendo che i bambini vengano allontanati dalle famiglie solo per gravi motivi di sicurezza e incolumità psicofisica e non per ragioni ideologiche.

    Mi tornano alla mente alcune frasi che ho letto all’inizio di questa vicenda.

    Subito dopo il collocamento forzato dei tre bimbi nella struttura protetta gli operatori hanno dichiarato che i bambini annusavano continuamente i vestiti puliti ricevuti nella casa famiglia, come se fossero stupiti e affascinati da una cosa che non avevano mai provato. Ma veramente questi bambini erano più sereni e sollevati? O forse il gesto di nascondere il volto dentro al colletto era una conseguenza del forte disagio? 

    Esiste un rischio che il pregiudizio idelogico possa diventare un filtro che fa vedere la realtà in maniera diversa, che modifica la percezione di chi guarda.

    È stato detto che gli operatori non riuscivano a fargli la doccia perché i bambini avevano paura del sapone e della doccia. 

    Dobbiamo credere che questi bambini avessero bisogno di qualcuno che li salvasse da una vita nel fango e nel sudiciume e nell’arretratezza in cui si trovavano per fare ingresso nel mondo civile? Quali bambini prelevati da casa loro si sentirebbero a loro agio nel farsi lavare da degli sconosciuti? 

    Forse più che selvaggi da civilizzare erano semplicemente spaventati e fortemente e comprensibilmente a disagio. 

    Questa narrazione sembra figlia di una morale vittoriana in cui le istituzioni nella loro suprema superiorità civile e morale si sentono investite del dovere di civilizzare famiglie arretrate e selvagge imponendo un cambiamento, anche con la forza, per il loro bene.

    Ma siamo sicuri che fossero selvaggi e arretrati? A parte il fatto che chi ha incontrato questi bambini prima, ha sempre detto che erano puliti e curati, c’è da chiedersi quanto sia civile ed evoluto dare più importanza al luogo in cui uno si lava, tinozza piuttosto che doccia, che ai legami affettivi.

    C’è anche da chiedersi quanta capacità e competenza ci siano quando si vuole rieducare imponendo semplicemente il proprio modello di vita con l’arroganza di chi ha capito tutto, mentre ignora i più basilari principi della psicologia dello sviluppo.

    Questa famiglia non è ignorante e non vivevano isolati dal mondo. La loro non è arretratezza, è una scelta di vita. Non sono sporchi o trascurati, non fanno i loro bisogni sul cemento creando ambienti malsani. Fanno tutto con cognizione di cosa stanno facendo. Lo fanno nel rispetto dell’ambiente e del prossimo. Una scelta impegnativa e coraggiosa che, per quanto io non sia contro i comfort e i bagni in casa, non mi sento di giudicare come frutto di incapacità.  Con questo non voglio dire che non sia giusto che esistano regole di igiene, sicurezza e salute pubblica, le regole sono importanti perché tutelano l’individuo e la comunità.

    Ma in cosa questa famiglia non avrebbe rispettato le regole? Edificio non a norma? Non si può avere un bagno secco? Sono ragioni per infliggere un forte trauma a dei bambini e per imporre una rieducazione? 

    Il problema era che la bambina di 8 anni conosceva l’alfabeto ma non sapeva ancora scrivere bene? Non significa necessariamente che non avrebbe mai imparato. Ci sono modelli come quello steineriano che iniziano con l’alfabetizzazione a 7 anni e procedono più lentamente perché danno più importanza all’aspetto della crescita spirituale dell’individuo e allo sviluppo di altre competenze come la creatività e la sensibilità artistica.  La Svizzera è piena di queste scuole e ce ne sono molte anche in Italia. Noi viviamo talmente comodi che non sappiamo fare più niente.

    Forse qui il problema è un altro ed è stato ben individuato dall’onorevole Brambilla. Una decisione così delicata, come l’allontanamento di minori dalla propria casa, non può essere presa da una sola persona, che non ha fatto nemmeno un percorso di studi adeguato. Ci vuole un team composto da professionisti del settore. Seppure ci siano servizi sociali che lavorano molto bene con buon senso e coscienza in Italia, decisioni come queste, non possono essere lasciate alla discrezione del singolo, confidando nel suo buon senso, perché sarebbe come dire che bisogna avere fortuna e quando si tratta della vita di bambini non ci si può affidare alla fortuna.