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  • La Casta dell’Appartenenza e il Mito della Superiorità.

    La Casta dell’Appartenenza e il Mito della Superiorità.

    Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un paio di commenti su facebook che citavano “orgoglioso di essere razzista”. Altro non erano che reazioni a fatti di cronaca che vedevano coinvolti immigrati di colore. Non posso nascondere che, da madre di un bambino mulatto, sono rimasta molto turbata perché il colore della pelle non è una caratteristica che influenza il comportamento di una persona. Non perché sei nero, sei automaticamente un delinquente o sei destinato a diventarlo. Eppure si continua  a fare l’errore di associare alle persone di colore pericolose generalizzazioni o stereotipi infondati: ignoranza, basso livello culturale, pericolosità, criminalità. 

    Ma cosa succede quando queste persone incontrano una realtà che non corrisponde al loro pregiudizio? Qui si palesa una forma di razzismo più sottile, ma non meno violenta: quella che potremmo definire l’esame infinito. Esistono contesti in cui a una persona di origini diverse viene chiesto di essere “di più”. Più educato degli altri, più preparato, più colto, più talentuoso. Eppure, a volte, qualsiasi cosa lui faccia, sembra non bastare mai. Avere due lauree, parlare tre lingue, frequentare i teatri, tutto viene visto come un’eccezione da tollerare o, peggio, come una minaccia allo status quo di chi pensa che il “prestigio” sia un diritto di nascita. Per qualcuno non si è mai “abbastanza”, non si è mai all’”altezza”, perché il metro di giudizio non è il merito, ma l’appartenenza a un’idea di casta che non accetta intrusioni nella propria cerchia e che teme di subire un danno di immagine dall’associazione con persone che, per alcuni, richiamano certi stereotipi. Temono di macchiare la loro reputazione, dimenticando che sono le relazioni profonde e appaganti a dare gioia e senso alla vita e non le apparenze. 

    E cosa può succedere quando queste persone si ritrovano nello stesso ambiente? A volte, questo disagio di fronte all’apparentemente diverso si trasforma in ostilità attiva, attraverso la calunnia e l’isolamento. Queste persone cercano di fare “terra bruciata” attorno a quelle persone che mettono in crisi le loro certezze. Questa è la proiezione di una fragilità identitaria profonda.  È un tentativo disperato di proteggere un primato sociale immaginario, cercando di spingere l’altro ad allontanarsi, a sparire, a cercare “il proprio posto” altrove. Una violenza che ha un nome, si chiama: Ostracismo Sociale. L’ostracismo sociale non è una reazione naturale di difesa verso persone socialmente pericolose ma viene messo in atto nei confronti di persone che non hanno fatto nulla di male. È un’ingiustizia, una violenza che ha lo scopo di isolare e allontanare coloro che ne sono vittima, attraverso comportamenti passivo aggressivi. Si manifesta anche attraverso un atteggiamento di chiusura continua verso una determinata persona arrivando ad allontanarsene ogniqualvolta si avvicini.  Questo comportamento, che simula la necessità di difendersi, in realtà mira solo a costruire nello spettatore ignaro l’idea che da quella persona venga un pericolo, come se stessimo davanti ad una parete e all’improvviso alzassimo le mani per coprirci la faccia.

    Ma tra i timori degli adulti ci sono i bambini che con un occhiolino, un sorriso, un gesto d’intesa dimostrano che i loro sentimenti sono più forti. I bambini ci insegnano che l’amicizia non ha bisogno di “livelli” o “standard di qualità”, ma solo di verità. Il compito di noi adulti dovrebbe essere quello di pulire il loro orizzonte, non di oscurarlo con i nostri fantasmi perché nessuno debba doversi impegnare il doppio per ottenere la metà della considerazione. Faccio un appello accorato a tutti di stare attenti e di non giudicare dalle apparenze. Quando è una persona “diversa” ad essere isolata, prima di giudicare, valutate attentamente che non si tratti di un caso di ostracismo sociale, per non diventare inconsapevolmente complici e, senza volerlo, danneggiare qualcuno che ha solo la colpa di essere nato apparentemente diverso da quelli che lo circondano.