Su questa vicenda si sono espressi garanti, politici e psichiatri. Questi ultimi hanno auspicato un veloce ricongiungimento della famiglia sottolineando l’importanza della continuità affettiva. Alcune voci autorevoli hanno evidenziato il rischio di traumi profondi. La politica, una parte di essa in verità, sta chiedendo che i bambini vengano allontanati dalle famiglie solo per gravi motivi di sicurezza e incolumità psicofisica e non per ragioni ideologiche.
Mi tornano alla mente alcune frasi che ho letto all’inizio di questa vicenda.
Subito dopo il collocamento forzato dei tre bimbi nella struttura protetta gli operatori hanno dichiarato che i bambini annusavano continuamente i vestiti puliti ricevuti nella casa famiglia, come se fossero stupiti e affascinati da una cosa che non avevano mai provato. Ma veramente questi bambini erano più sereni e sollevati? O forse il gesto di nascondere il volto dentro al colletto era una conseguenza del forte disagio?
Esiste un rischio che il pregiudizio idelogico possa diventare un filtro che fa vedere la realtà in maniera diversa, che modifica la percezione di chi guarda.
È stato detto che gli operatori non riuscivano a fargli la doccia perché i bambini avevano paura del sapone e della doccia.
Dobbiamo credere che questi bambini avessero bisogno di qualcuno che li salvasse da una vita nel fango e nel sudiciume e nell’arretratezza in cui si trovavano per fare ingresso nel mondo civile? Quali bambini prelevati da casa loro si sentirebbero a loro agio nel farsi lavare da degli sconosciuti?
Forse più che selvaggi da civilizzare erano semplicemente spaventati e fortemente e comprensibilmente a disagio.
Questa narrazione sembra figlia di una morale vittoriana in cui le istituzioni nella loro suprema superiorità civile e morale si sentono investite del dovere di civilizzare famiglie arretrate e selvagge imponendo un cambiamento, anche con la forza, per il loro bene.
Ma siamo sicuri che fossero selvaggi e arretrati? A parte il fatto che chi ha incontrato questi bambini prima, ha sempre detto che erano puliti e curati, c’è da chiedersi quanto sia civile ed evoluto dare più importanza al luogo in cui uno si lava, tinozza piuttosto che doccia, che ai legami affettivi.
C’è anche da chiedersi quanta capacità e competenza ci siano quando si vuole rieducare imponendo semplicemente il proprio modello di vita con l’arroganza di chi ha capito tutto, mentre ignora i più basilari principi della psicologia dello sviluppo.
Questa famiglia non è ignorante e non vivevano isolati dal mondo. La loro non è arretratezza, è una scelta di vita. Non sono sporchi o trascurati, non fanno i loro bisogni sul cemento creando ambienti malsani. Fanno tutto con cognizione di cosa stanno facendo. Lo fanno nel rispetto dell’ambiente e del prossimo. Una scelta impegnativa e coraggiosa che, per quanto io non sia contro i comfort e i bagni in casa, non mi sento di giudicare come frutto di incapacità. Con questo non voglio dire che non sia giusto che esistano regole di igiene, sicurezza e salute pubblica, le regole sono importanti perché tutelano l’individuo e la comunità.
Ma in cosa questa famiglia non avrebbe rispettato le regole? Edificio non a norma? Non si può avere un bagno secco? Sono ragioni per infliggere un forte trauma a dei bambini e per imporre una rieducazione?
Il problema era che la bambina di 8 anni conosceva l’alfabeto ma non sapeva ancora scrivere bene? Non significa necessariamente che non avrebbe mai imparato. Ci sono modelli come quello steineriano che iniziano con l’alfabetizzazione a 7 anni e procedono più lentamente perché danno più importanza all’aspetto della crescita spirituale dell’individuo e allo sviluppo di altre competenze come la creatività e la sensibilità artistica. La Svizzera è piena di queste scuole e ce ne sono molte anche in Italia. Noi viviamo talmente comodi che non sappiamo fare più niente.
Forse qui il problema è un altro ed è stato ben individuato dall’onorevole Brambilla. Una decisione così delicata, come l’allontanamento di minori dalla propria casa, non può essere presa da una sola persona, che non ha fatto nemmeno un percorso di studi adeguato. Ci vuole un team composto da professionisti del settore. Seppure ci siano servizi sociali che lavorano molto bene con buon senso e coscienza in Italia, decisioni come queste, non possono essere lasciate alla discrezione del singolo, confidando nel suo buon senso, perché sarebbe come dire che bisogna avere fortuna e quando si tratta della vita di bambini non ci si può affidare alla fortuna.
